Soledad e Gualtiero leggono, scrivono e tutto il resto è possibile...
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“.” ...EHI, TU!
Sì, dico proprio a te. Te lettore, o lettrice, di queste righe. Lo vedi quel punto iniziale contenuto in quegli apici? Beh, quel punto è la traccia dell'inchiostro della mia penna!
Ero fermo lì, con la penna fissa sulla carta pensando a come dare inizio alla scrittura, e mentre pensavo mi è venuto di chiamarti a riflettere sulla scrittura.
Dunque scrivo per scrivere di scrittura, per spaccare la parola “scrittura” e farne uscire il succo, l'inchiostro.
Credo di aver già detto che siamo fatti di parole.
Il mondo-per noi umani-è un mondo di parole: è tutta una storia, e la storia è qualcosa che si dispiega temporalmente parola per parola, scandita da segni sonori uno dietro l'altro. La parola è scrittura sonora. Segni sonori costituiscono le parole.
Ma i segni sonori non bastano: la catena di trasmissione può interrompersi.
Quante culture orali sono sparite?
Che grande tra-duzione indelebile, traduzione del sonoro-fonetico in segno grafico.
Traduzione che ha reso possibile la tra-dizione, il tra-dimento, la storia, le radici, l'identità,
il popolo, la letteratura, la poesia, la filosofia, i trattati, la legge.
In pratica, nel tra-durre la parola orale in scrittura, abbiamo tradotto-tradito creando tradizione:
abbiamo ripreso il passato per renderlo presente e lasciarlo al futuro.
È un circolo ermeneutico che è sempre lo stesso nel differire -per differenza e per differimento-.
Cosa sarebbe il nostro dire senza le parole sublimi del Cantico dei Cantici, della Divina Commedia.
Cosa sarebbero le nostre istituzioni senza la legge: Dio scrive con un dito sulla pietra, incide, solca, imprime, traccia la via.
“Diritto”(legge)è parola antica che proviene dal sumero-accadico “daraggu”, significa “via”.
Abbiamo bisogno di camminare su una via, tracciare un sentiero, un solco, una scrittura, un segno indelebile.
La scrittura “grafia”, quella che noi consideriamo seconda, solo temporalmente, è prima, perchè se il mondo è per noi un mondo di parole, esso lo è perchè la parola è scrittura, perchè il mondo ci parla attraverso segni: un linguaggio di materia.
Per sé il mondo non parla, siamo noi che ci leggiamo qualcosa.
I segni li avvertiamo solo noi.
I segni sono i nostri segni che tornano a noi e dicono.
Ecco perchè parliamo e scriviamo perchè il mondo in sé non ha senso e noi dobbiamo dargli un senso, una direzione, una via:
cerchiamo una via per darci una via, per lasciare una via nel folto della foresta.
Lasciamo tracce-scrittura- per ritrovare tracce.
Forse, come dice Levinas, cerchiamo traccia di un passato che non è stato mai presente.
EHI TU!
Non so se sono stato chiaro, ma se scrivo, se scriviamo è perchè cerchiamo tracce e lasciamo tracce di qualcosa che non è mai stato presente, ma ha lasciato traccia di assenza, nonché, assenza di traccia.
Se torni a quel punto-tra apici- iniziale, sai che quel punto inesteso era gravido di tutta questa estensione di scrittura, lì c'era la traccia di ciò che era ancora assente.
EHI TU! Mi rispondi?
Gualtiero
FANTASMA D'AMORE
...Sono alla stazione. Mi chiedo cosa ci faccio in questo posto: non devo partire.
Arriva un treno, si ferma.
Non so perchè, ma un calcio nei reni mi spinge a salire sul treno.
Senza riflettere mi ritrovo seduto, solo, in uno scompartimento vuoto, desolante, ma pulito, netto, quasi asettico. Il treno parte e non so dove vada.
Non mi preoccupo, in fondo si è sempre immersi in un flusso, si va dove vanno gli altri.
Sì, gli altri, quelli che non significano nulla, fanno solo ciarle, e con le ciarle determinano il flusso.
Il treno supera stazioni senza fermarsi, ma poi, ad una si ferma.
Riparte, qualche secondo, si apre la porta scorrevole dello scompartimento ed entra una creatura di luce, luce dell'est : è un sorriso circondato da un corpo: annuncio d'amore.
Entriamo subito in sintonia, sembra di conoscerci da tempo.
Più parliamo e più ci ri-conosciamo:
c'è stata un'altra vita?...forse è un sogno!
Continuiamo a parlare, anzi, sono io che parlo, lei ascolta.
Lei ride.
Lei china il capo.
Lei piange, è bimba, è dolce. Lei è rapita.
In breve tempo, quanto non so, forse neanche breve perchè non misurabile: un eterno presente,
in un luogo separato dal mondo, separato dal treno, separato dalla vita cianciosa ho conosciuto un'anima vestita da donna, un'anima che aveva solo bisogno di darsi per essere accolta
e di incontrare per con-fondersi.
Di colpo il treno si ferma, è il capolinea del viaggio, l'ultima stazione.
Scendiamo insieme, siamo entrambi senza bagagli: forse bastavamo noi!...
C'è nebbia: <dove siamo?>
Mi volto, non la vedo:<dove sei?>
Il tempo incomincia frenetico a scorrere, la folla mi investe: sono nel flusso.
Resisto, vado contro corrente.
Non la vedo più.
La nebbia si dirada, la gente è sparita, lei non c'è.
Riconosco la stazione, adesso la vedo chiaramente: è la stazione ferroviaria della mia città...ma!...allora non sono partito, quel viaggio non l'ho mai fatto, quella donna non era vera?
Non capisco: ho sbagliato treno?
Ho sbagliato donna?
O, forse, ho sbagliato sogno?
GUALTIERO
Per quanto tu voglia aggrapparti a quello straccio di dignità che ti resta, non c'è verso.
Alba di una note di incubi, risvegli, temporale.
Perfino il gatto è andato via, e Dharma, fifona, al primo tuono, si è dileguata sotto la scrivania.
Porte chiuse.
E dal balcone una luna irreale, gialla, moribonda a Ovest, tra assurde nubi azzurrate dalla pioggia..
ma non è ancora il confine. È il tuo mondo, quello che , tra poco, al “bip” della sveglia, ti masticherà, come ogni giorno.
C'è qualche maledizione che non hai ancora sputato?
Tocca alzarsi. L' animalia di casa attende. Topo, cane, gatto, pappagallino (tutte femmine)...CIBO!!!
kitekat e caffè. Bollito di ossa e corsa in bagno. Topo, pappagallo e cappuccino.
Bisticcio rituale con figlia scazzata e via nel traffico.
L'ironia è defunta; stancamente ti chiedi se mai tornerà, mentre le ore ti si incollano addosso.
E continui a rimuginare, assordata dalle chiacchiere becere della collega più idiota, mentre sorseggi il the bio, :perchè non c'è niente, più niente che valga un'emozione?
La luna gialla è rimasta, icona surreale della solitudine. Ciò che poteva e DOVEVA essere finalmente LIBERTA' è deserto malgrado.
Il cane, prima di pranzo.
Pomeriggio stentato, e incombe la sera.
Gli occhi incerti di un uomo...lo osservi, cercando dietro la sua nebbia i resti dell'amore, e non li trovi. Forse perchè eri la sola a ingannarsi, luna.
Sera. Cane. Telefonata-fiume con l'amica di sempre, doccia bollente.
Rituali, per ricompattare i pezzi perduti, dispersi.
Controlli la mail-a volte, MIRACOLO! una voce nel deserto! Giovanni? ops! Che torni l'ironia?
Un passaggio sul “blog”, (tentativo della figliola esperta di rete), per un minimo di comunicazione. Proviamo anche questo, perchè no?
Un libro, pigiamone e letto. Quasi ringrazi che se ne sia andata questa giornata. Ci vorrebbe un pensiero felice per dormire, per volare a Neverland. Ce l'avrei, ma ho tanta paura di sbagliare che lo penso sottovoce.
BUONANOTTE FIORELLINO
Soledad
UN VECCHIO E UN BAMBINO
In una saletta accogliente del piccolo ristorante di mio padre,io, bambino,passavo i pomeriggi-specialmente d'inverno- viaggiando nel tempo e nello spazio trasportato dalla voce narrante del cantastorie di turno. Ho trascorso l'infanzia ad ascoltare storie. Avventori, ospiti per periodi più o meno lunghi e, principalmente, anziani, incalliti frequentatori del pomeriggio e della prima sera, raccontavano. Storie di vita, di vite, di tragedie, di guerra, di prigionìe, di lavoro. Alcuni avevano qualità narrative da cantastorie, affabulanti nei toni e nelle immagini, mi tenevano inchiodato ad una sedia per ore, spesso a puntate, per giorni e giorni.
Un bicchiere di vino ogni ora, scandiva il tempo del racconto: un capitolo nuovo si aggiungeva. Ed io,lì, a pendere dalle loro labbra.
Gli anziani avevano desiderio di raccontarsi, lasciavano traccia delle loro esistenze,”non sei mai morto se c'è qualcuno che ti ricorda”:questa è l'unica immortalità che riconosco.
Io ho radici in quelle vite, in quei racconti, sono costituito anche dalle vite degli altri. Non ho vissuto guerre, ma so di guerre, di vita semplice, di emigrazioni, di umiliazioni. I racconti erano carne viva: risate e lacrime. Nei loro volti c'era scrittura mimica che si aggiungeva ad un palinsesto di rughe/righe di scrittura, non completamente cancellate. È sincero il volto dell'anziano, sincero come il cielo del contadino: se ci sono le nuvole sai che prima o poi pioverà. Quei visi mi facevano visita, dentro, piantavano il rispetto i valori, la tradizione, la comunicazione fra generazioni. Gli alti e i bassi delle tonalità emotive facevano di quelle persone dei veri libri parlanti. E i libri, anche quando sono vecchi, non si buttano, si riprendono e parlano di nuovo. Non lo sapevo allora, lo so adesso. Sono stato un privilegiato, un fortunato per tutta la ricchezza di umanità che ho conservato in memoria. Quando dico “io” , dico una puntuazione di energie di vite che provengono da tanti “io” raccontati: sono un po' la mia identità. Ho conosciuto Varzi, Nuvolari, la storia dei primi cronometristi italiani, delle prime gare automobilistiche nella regione, tutto rivissuto attraverso i racconti minuziosi de un caro anziano signore. A dieci anni mi insegnò a guidare l'automobile. Grazie a lui lessi tutta “l'enciclopedia dell'automobile”. Quante serate fatte di corse in auto, di corse in moto, di strade ancora non asfaltate, di pneumatici bucati. Tutto, tutto raccontato per un solo uditore, un bambino, da una persona che aveva fatto parte della prima squadra di cronometristi italiani
-45 in tutto-.
A fine serata, un figlio, un nipote, una moglie, era lì a portarmi via il mio libro parlante. Erano contenti che un papà, uno zio, un marito avesse passato il pomeriggio ad un tavolo con un bambino. Auguro ad ogni bimbo un “vecchio”, almeno uno, come quelli della mia infanzia: la vita è una storia, bella o brutta, non importa, l'importante è che sia ben raccontata.
Siamo fatti di parole, non di cose.
Gualtiero
Sono sicura.
La posso vedere, lì vicino al camino, di sabato sera, tutta single, così impara a tirarsela finchè non trova il principe...
Già. Sabato sera.
Quando gli amici si dileguano e le amiche sposate hanno i parenti a cena.
Quando guardi il crepuscolo dalla finestra desolata e non passa nemmeno un cane (tranne il tuo, vedi Dharma) ma sì, ti tieni il tutone di cotonaccio sdrucito e debitamente costellato di buchini, chisenefotte. Almeno non ti devi truccare e vestire del tuo meglio,dannarti l'anima per mimetizzare qualche anno e uscire a caccia con un'amica single come te. La peggior specie che esista...le amiche single al safari del sabato sera! La mia non guidava nemmeno e mi toccava scarrozzarla, tutta garrula, con i riccioloni rossi e il rossetto fragola, addobbata come un lampadario, con tutte le ossa in mostra. Ci si sedeva in un pub, con aria misteriosa e vagamente disponibile. Dopo due ore che non ti si filava nessuno o tornavi a casa o un commesso viaggiatore grassottello e stempiato, sudaticcio sotto le ascelle e olezzante di brodino, sicuramente sposato, cercava di convincere una delle due che scopare con lui era il meglio della vita. Le amiche più vecchie di te, single, ti raccontano al telefono i loro problemi di colon, e minuziosamente ti elencano, per un tuo segreto piacere, quante volte hanno fatto la cacca e con che grado di difficoltà. Le amiche sposate, più vecchie di te, ti raccontano i loro problemi di colon, più quelli di prostata del marito, quelli dei figli, e cercano di portarti in chiesa la domenica. Altre, anche della tua età, vogliono salvarti l'anima portandoti alla Caritas, o a un percorso spirituale francescano. Lo sai che non c'è speranza, Cenerentola? La fata madrina non si chiama Smemorina per niente! Non si è dimenticata le formule magiche, si è dimenticata DI TE!
Gli unici uccellini che vedo dalla mia finestra-altro che usignoli!- sono piccioni cagoni e piche.
Per tacere del corvo appollaiato sul pino più alto del cortile, che gracchia la mattina! Altri uccelli...
insomma: quelli più giovani,se ti trovano attraente, ti vogliono trombare. Quelli della tua età-rigorosamente sposati- ti vogliono trombare. Quelli più vecchi, salvo complicazioni, una trombata se la farebbero...concerto per ottoni!
E i single? Al sabato hanno i figli, o sono ingrassati mostruosamente,o bevono,o sono depressi...
Potrei dirti Cenerentola, che la soluzione è un amico gay . A vederlo, il mio, sembrava un operaio rude. Ma dentro, era la mia migliore amica! Abbiamo condiviso confidenze,esperienze, serate a vedere film e mangiare pizza, esilaranti uscite, tristezze, avventure, telefonate, sms a tutte le ore. Un amico gay ti può dare il meglio di un uomo e di una donna. Confidenze senza pettegolezzo, consigli senza invidia, attenzioni che mai un uomo si sogna di avere; alla fine che te importa se l'unica cosa che non ci puoi fare è la più stupida? Anche lui ha trovato il suo uomo...e io sto qui, a scrivere, giusto per non pensare troppo. Cenerentola aveva 50 anni, figure parentali rigorosamente femminili, e ci provava lasciando scarpe in giro. Se la lascio io, per le scale, gli anziani condomini prima sbraitano , e poi la buttano. Dharma adora mangiarsele, e io non metto neanche l'ombra delle mitiche Manolo di Carrie Bredshew. Ma esistono single così? Che poi, alla fine, sono sempre a caccia di un marito? Esiste un rapporto che non sia o “legale” o sessuale e fugace? Ma non sarà questo che mi incolla a casa, con le mie rughe, il mio tutone e il mio cane? Ciao, Cenerentola, al prossimo sabato.
Soledad
Leggo religiosamente Chuck Palahniuk
Frida Kalho era bisessuale, beveva, e parlava sporco.
“Dharma”, questo penso; in parole povere:“ma che peccato ho fatto?”, mentre sto seduta sul bordo dell'aiuola comunale, incolta e arruffata, (l'aiuola, e io la seguo a ruota, ehm)
“Che peccato devo scontare?”, mi ripeto a denti serrati, assorbendo profumi e rumori dalle finestre di cucina, affacciate sul cortile.
L'umidità insidia le mie giunture scricchiolanti, fino a quando riporterò le vecchie ossa nella mia cucina buia ,con i fornelli desolati.
Quanti poveri genitori si trascinano fuori, con ogni tempo, per aver ascoltato la fatidica promessa “mi fai tenere il cucciolo? Faccio tutto io, ti giuro!!”, detta da una vocina acuta e supplicante? Quanti maledicono sotto la pioggia ,imbacuccati nell' impermeabile buttato sulla tuta (in pigiama proprio non si può, mannaggia) quel distratto “sì” seguito dal bacino di gratitudine eterna? E vorrei proprio qualcuno a cui confessare quel progetto insidioso, osceno, che mi vede, furtiva, accostare al bordo della statale e buttare fuori ,a calci ,nella notte, la patetica bestia! A tutti i buonisti volontari cinofili, paladini dei randagi, chiedo: “apriamo un ricovero per i disperati che tre volte al giorno si strappano al divano, al desco, al meritato riposo per portare il cane a pisciare”? Al mattino il borbottìo della moka, seguito dal grato aroma del caffè, è stato sostituito dal pungente effluvio della candeggina, passata bestemmiando sul luogo del misfatto notturno, o sul terrazzo costellato da stronzetti neri, accompagnato dall'uggiolìo insistente del caro cucciolo, in attesa del consueto bollito con riso. Già . Il caffè rituale è diventato l'ingozzo rituale, col cappotto addosso, prima di scendere le scale a precipizio per non arrivare tardi al lavoro. E la sera? Il vecchio pigiamone di flanella attende invano, in compagnia delle ciabattine di velluto, un'esausta padrona di cane non suo che siede sul muretto fradicio a guatare il piccolo caro, intento ad annusare meticoloso merde e schifezze assortite con aria innocente, scodinzolando lieto.
Mi sento io innocente per ogni pedata sognata e trattenuta, per ogni visione mistica di morìa planetaria di cani. La bestia garrula non sa; pensa (ma pensa?) di essere il miglior amico dell'uomo (e l'inferno delle donne single con figlia adolescente?). E pazienza per la coprofagia, almeno svuota la cassetta del gatto, ma che dire dell'impulso generoso di condividere la passione e depositare all'uopo uno stronzo rinseccolito sul copriletto nuovo?
Pazienza per il divano bianco ripassato al vapore, dopo un allagamento di piscia fresca.
Ma la domenica, Signore, la domenica del pranzo con i vecchi genitori, la domenica, che ti devi spegnere il pensiero per reggere...ebbene, c'è Dharma, ora, da portare, tirata a lucido, accovacciata sul sedile bianco della macchina nuova-inutilmente riparato dal plaid-, visto che si sporge per vomitare sulla tappezzeria.
Un nome da nemesi “Dharma”, il caro cucciolo è femmina...
E da femmina mi guarda, con i suoi occhietti tondi e sporgenti, finchè non cedo e la porto fuori, anche di sabato sera, quando tutti si squagliano e il cortile è più desolato che mai...cosa? Compagnia? Cane da compagnia? La mia amatissima, indignata gatta avrebbe da dire, in proposito. Dell'ingresso devastato, dei libri trasferiti ai piani alti, delle scarpe trascinate in giro e del suo cibo perennemente predato.
Segue foto.
A tutti i cinofili:
c'è nessunooo?
La cucciola è a casa, poverina...tutta sola
Il mio mito? CRUDELIA DE MON! Le accendo una candela tutte le sere...
confermo: dalle analisi cliniche risulta che nelle mie vene scorre acido solforico con tracce di sangue...
Soledad
IMmemoria del dolore
Vi sono esperienze che non insegnano nulla.
Sono solo nudo dolore.
Dolore e basta!
Ossa spezzate, carne lacera, sanguinolenta, imputridisce.
La nuda vita, il corpo, è il centro del dolore del mondo e la periferia estrema dell’umano.
L’osceno si fa carne.
Crampo mentale, ulcera profonda il cuore.
Sterile di grida la gola…silenzio!
Silenzio fratello delle assenze.
Assenza di mondo, risucchiato da uno sbadiglio inverso: umano buco nero.
Pianto che piange se stesso per mancanza d’ascolto.
Dolore estremo che è corpo, carne, cancrena, ma non ha volto,
maschera che lo esprima.
GUALTIERO
PAUL KLEE -ANGELO
FORSEVERSI
Sincera è la luce dell'Est:
è giorno nuovo,
carico di ingenua bellezza
come sorriso
sul volto di bimbo.
Voglio che mi illumini
con amore di donna
*
Figlio che laceri il cuore
non sai l'amore di padre
che ha vegliato il tuo sonno
di bimbo
e ha baciato
le tue labbra carnose
*
Colui che attende
sulla soglia dell'addio
non consente al passato
di passare
e al futuro
di avvenire.
Semplicemente sta:
falena inchiodata
alla parete,
ancora viva,
eppure
già morta.
GUALTIERO
TRISTEZZA
Alcuni hanno detto che sono un uomo triste.
Lo sono, senza dubbio.
Ma se avessero conosciuto le persone così come io le ho conosciute,
capirebbero il perchè della mia tristezza.
Eppure, coloro che hanno espresso questo giudizio sono tristi quanto me.
Solo, ed è triste, non sanno di esserlo.
Mi fanno tanta tristezza:
sono tutta la mia tristezza
LETTERA PER CHI NON CONOSCO...PIÙ
Di solito riesco a trovare le parole per esprimere i miei pensieri e i miei sentimenti.
Anzi, credo che l'introspezione mi riesca bene.
Mi accade di avvertire una strana impellenza che dal cervello si insinua nella mia mano destra, fino ad ingravidare il ventre della penna.
Di solito.
Ma oggi no. Oggi ho difficoltà a descrivere il “caos”.
Sì, perchè il caos è indescrivibile. E allora come faccio?
Come faccio a dirti che mi muovo in una direzione
mentre sto pensando alla direzione opposta?
Come posso dirti che leggo una pagina di un libro e non ho capito nulla?
Come posso dirti che vorrei afferrarti violentemente per gridare:
<ma che ci sta succedendo?>
mentre, nello stesso istante, impelle tenerezza traboccante?
Vorrei guardarti, scivolare su di te, sfiorandoti senza toccarti, mentre vorrei perdermi in te,
senza i limiti della pelle dei nostri corpi.
Vorrei essere “accolto” e dissolvermi, sciogliermi, fluidificarmi e insinuarmi nel tuo “delta”:
porta sacra dell'amore dove si incontra il fremito vitale dei miei lombi
con l'avida, avviluppante pelvi tua.
Eppoi espanderci, insieme, divenire alito, vento.
Non più corpi-gabbie,
non più “io”, non più “tu”, ma “io-tu”, l'uno l'altro:
come il fiume al mare si con-fonde.
Sono al paradosso, all'ossimoro, penso tutto questo mentre tu mi respingi, mentre sei lontana, quando io sono un' “effige”.
Così mi capita di dire e non dire.
Tentare di stare e andar via.
Morire mentre sopraggiunge un altro respiro, e ancora un altro, e un altro...
GUALTIERO
Solitudine
È un racconto di Mauro Corona -dal libro “nel legno e nelle pietra”-
Non puoi immaginarlo altrimenti, Mauro.
Da solo, in una baita tra i boschi, con le sue sculture di legno, le passeggiate nella neve, la ricapitolazione silenziosa in compagnia del fuoco nella stufa.
Se non lo avessi mai visto, nelle foto, in tv, in rete, potrei disegnarlo ugualmente così com’è.
Scrive di sé, della sua vita, delle sue pietre, senza preziosismi, senza cesellature.
Per scrivere usa la sgorbia, recuperata sul banco di un falegname, lascia trucioli di parole, sbozza personaggi, più che scolpirli.
“Chi non è capace di sognare cerca di impedirlo anche agli altri”
Con questa frase senza mezzi termini definisce una psicologa che vorrebbe ricondurlo alla “normalità”. Dice ciò che pensa, direttamente, senza minimamente curarsi delle conseguenze, e senza giustificazioni letterarie, culturali, ideologiche.
Le sue narrazioni hanno incipit da fiaba popolare…
“in un tempo ormai lontano” “una volta, a tarda primavera” “anni fa”
Così, come se fosse seduto al tavolo di un’osteria, o su un vecchio tronco d’albero coricato nel bosco. Come se ti stesse parlando, perché gli va di farlo.
E ti racconta di luoghi, di persone, di se stesso, del paese, nel tempo del sempre e del mai, il tempo delle storie. Non sai più se è accaduto o se è la sua leggenda, e non te ne importa, alla fine.
Come quando leggi una favola:
“c’era una volta, in qualche luogo, in qualche tempo”
Sono le parole che fanno sedere i bambini in silenzio ad ascoltare, che aprono la porta agli eventi, alla memoria, alla saggezza popolare. È il “duende”, lo spirito che possiede i narratori.
I profumi del bosco, i versi degli animali, i silenzi della montagna, la fatica, la violenza della natura imbrigliata dall’uomo, la bellezza, l’ignoranza cristallizzata, le paure dell’infanzia, l’abbandono, l’amicizia, i volti dei vecchi, le tradizioni dimenticate…
E alla fine ti dà la sua morale, come nelle favole di Esopo.
Un senso di inevitabile destino umano, di rassegnazione.
La ricerca di una risposta, nel fondo di un bicchiere, nella cruda bellezza di vita e morte nei cicli della natura.
Il personaggio Corona può piacere, o no. Può essere autentico o costruito, ma, infine, sono i suoi racconti che parlano.
Erri de Luca è una storia vergata su una pergamena. Prezioso , da com-prendere. Lui dice ( in pensieri d’autore, visto su you tube) che non consiglia letture di scrittura sacra, perché quello è un incontro. In un certo senso è così anche per i suoi scritti. I suoi libri sono un incontro, e se non sei pronto a ricevere il dono delle parole, è un incontro mancato
Mauro Corona ed Erri de Luca scalano insieme il campanile di Val Montanaia, (Corona lo definisce “il monte illogico”).
Mi piace pensare ai due uomini, tanto diversi nei loro scritti anche se qualcuno li vede simili, arrampicarsi in cordata, aiutarsi, arrivare in vetta e mangiare pane nero, guardando il cielo.
Credo che sia questa forma estrema di umiltà ad accomunarli, umiltà inevitabile,profondamente umana.
E la tensione di chi non si arrende, di chi vuole comunque arrivare in alto, e poi si ferma, umilmente, sotto un cielo di silenzio.
Soledad
Tutti parlano, molti scrivono, altri dicono quello che può dire chiunque. Solo pochi, però, creano una crepa nel rumore assordante del monologo collettivo.
Le parole devono essere risparmiate, custodite.
Quando si donano devono essere un regalo unico per l’occasione: oggetti lavorati a mano con utensili scovati nel cassetto del silenzio.
Dunque, silenzio, solitudine, raccoglimento sono ingredienti usati da molti scrittori.
Alcuni scrittori vengono accomunati, in alcuni casi si corre il rischio di avvicinarli troppo gli uni agli altri, ed è il caso di Erri de Luca e Mauro Corona.
Il fatto che siano degli spiriti solitari non può renderli simili, in fondo lo scrittore è uno strano animale ossimorico: ricerca la solitudine per comunicare.
Chi scrive non lo fa mai per se stesso.
Mi pare che anche la conduttrice de “ Le invasioni barbariche” abbia accomunato i due scrittori, temo , però, che il vino, l’amore per la montagna, la solitudine, il lavoro da operaio, non siano sufficienti per avvicinare due autori, a mio parere, sostanzialmente diversi..
Per Erri de Luca agire è già scrittura.
Scalare, sentire il ruvido della roccia è già scrittura.
Il volto di una donna, le rughe, il riso, il pianto, sono tutti grafemi che lui registra e traduce sulla pagina bianca.
Il mondo è segno che a sua volta, tra-dotto, diviene ancora segno: la materia delle cose e delle vite in materia d’inchiostro.
La sua vita è un linguaggio/scrittura che si fa mentre agisce: un linguaggio performativo,continuo.
Tutto è lì che prende forma, segno per essere tradotto-e non tradito-, per essere riferito ad altri.
Quando fa un viaggio già sa che quella è una pagina della sua vita: scrive mentre fa.
Scrive anche quando non sa di scrivere: < e vita è un rigo lungo filato e morire è un andare a capo senza il corpo.> (tre cavalli)
Ecco, io non vedo due momenti: un solo momento è vivere, parlare, agire, amare, scalare, raccontare, fiutare, ri-fiutare, mangiare…e scrivere. C’è solo un piccolo scarto temporale tra vivere e tradurre.
Mauro Corona è tutt’altra cosa, temo. Scrive sì, scrive bene. La sua è scrittura piana, anche corretta, ma non è brivido, non è allucinazione. Non è originario differito. È ricapitolazione, ricordo: è lingua parlata.
Erri,invece, è vita che scrive se stessa: Erri si scrive addosso.
Quando i due scalano insieme, uno scala, l’altro scrive. Trovo poesia nella scrittura di Erri de Luca, una poesia senza rime. La rima la senti dentro risuonare nel profondo. Quando <i piedi si strofinano la buonanotte> , io sento la rima, risonanza di un’eco, sento <notizia d’amore>.
Forse sto esagerando, ma Erri mi parla, mi culla come grembo di madre, la mia, voce di nenia antica.
Fin qui, parlando degli autori. Ed è probabile che noi si faccia un errore, quello di dimenticare che un testo parla da solo, e chi legge non deve avere che un solo rapporto, quello tra lui e il testo.
Ma i due autori di cui abbiamo parlato possono veramente scrivere testi che prescindano dalle loro vite? Entrambi raccontano di se stessi, e quando non lo fanno, anche nella fantasia, nell’invenzione, lasciano trasudare sempre una qualche esperienza reale: un assassino narrato da Erri de Luca, se non è lui stesso, è sicuramente una persona in carne ed ossa conosciuta chissà dove, alla quale si dà voce e corpo in prima persona nel racconto. Un personaggio inventato di sana pianta non c’è.
Detto ciò, faccio un salto e mi allontano dall’autore, altrimenti la mia può apparire una melliflua agiografia. Stiamo alla scrittura! Essa è una operazione accurata, limata, accorta, anche quando appare semplice e irriflessa. È volutamente cruda e materica: vuole schiaffeggiarti, ma allo stesso tempo, è dolce e rassicurante: vuole proteggere, riscaldare. Ricrea il contatto fisico del fiato che ti sfiora il collo, del corpo che si alloggia nel corpo ricurvo dell’altro.
Altre volte è una scrittura alta, altissima, come la voce tonitruante di Dio: un “crampo” al limite della parola, del dicibile.
Questa è, per me, la scrittura di Erri de Luca. Per me!
Ho già detto prima che gli scrittori in genere, sono strani animali ossimorici, e non so quanto i due in particolare siano veri, autentici. Mi chiedo -più per de Luca-: se non scrivessero, farebbero lo stesso la vita che fanno? La risposta è ardua perché sono personaggi ambigui (in senso non negativo). Ad esempio, Erri è veramente un solitario o è sempre in compagnia di se stesso? Il pubblico-i suoi lettori- lo sente o gli serve come specchio che ingigantisce la sua solitaria egoica figura? Non so.
Nei suoi racconti, pare non si fermi mai, non si appaghi, anche quando si “struscia” con le vite degli altri, questi ultimi sono solo scrittura, “tracce” che si traducono in parole, ma nulla che inchiodi l’uomo del racconto-anche l’autore- ad un affetto definitivo: bisogna andare sempre a capo, un’altra pagina.(In alto a sinistra)
Gualtiero